![]() |
The Official Website of Paul Michael Glaser
"Our ability to love is our truest power, our greatest power as human beings." PMG |
|---|---|
Update: November 23, 2006 |
|
|
Giovedì, 14 aprile 2005, Paul tenne una presentazione a La Sierra University per il Department of English and Communication.
Alle 15 Paul Michael Glaser condivise con il pubblico la sua personale esperienza nel mondo dello spettacolo. (LSU Visual Arts Center, sala 102)
Alle 19.30 l’approfondimento riguardò la celebrità e l’attivismo sociale. (LSU Cossentine Hall, sala 100)
Campus della Sierra University
Riverside, CA 92515
Nel video viene ripreso costantemente il Sig. Glaser, che risponde a domande del pubblico presente in sala. Il sig. Glaser venne al nostro campus per parlare con gli studenti e il video fu realizzato durante una sessione. Ci sono due “discorsi”, di circa un’ora ciascuno. In uno egli tratta gli argomenti relativi alla celebrità e all’industria dello spettacolo, nell’altro si sofferma sul significato del “restituire”, sulla filantropia. Il video è limpido, e fu girato ad una distanza di poco più di 3 metri. Non c’è un’ambientazione particolare, il Sig. Glaser è semplicemente seduto su uno sgabello davanti agli studenti.
SULL’INDUSTRIA DELLO SPETTACOLOSessione pomeridiana PAUL : Farò del mio meglio per rispondere alle domande, sempre sperando che non siano domande da “fan”, ma siano relative a qualunque cosa voi vogliate conoscere, scoprire, o che vi riguardi. C’è qualcuno abbastanza coraggioso da porre una domanda? (indicando il pubblico) Lei…. Ah, non ho potuto fare a meno di guardare gli ultimi due episodi di Michael Mann, Thomas Stock e Fernando Lamas. A quel tempo, mentre si giravano quegli episodi, eravate un gruppo molto unito….lei ha lavorato con le stesse persone ripetutamente… PAUL : Ah… - (la stessa persona riprende la parola) ….e inoltre, un’altra domanda se posso, uno dei copioni fu scritto da Michael Mann? PAUL : …Michael…fu una storia…lui fu uno che scriveva copioni per “Starsky e Hutch”…. - (ancora la stessa persona): - Michael Mann fu un suo produttore …nel cinema vero e proprio…? PAUL : No, no, lui scriveva per la Tv, per “Starsky e Hutch”, era uno dei nostri autori. E dopo “Starsky e Hutch” lui fece “Miami Vice” e poi cominciò a realizzare films. In realtà lui mi offrì il mio primo lungometraggio come regista. In quanto a Fernando Lamas, non so quanti shows abbia fatto…so che ne fece almeno uno perché passai tutto il tempo ad imitarlo! (risata), ma questo fu tutto. (indicando il pubblico): Signora…. - Io vorrei fare una domanda riguardo alle controfigure, gli stunt-men. Lei e David Soul faceste tutte le scene d’azione, tutto quel correre, salire, scendere, i salti… quanta energia in tutto questo, ma si ha l’impressione che deve essere stato molto faticoso! PAUL : Bene, ci volevano 7 giorni per girare ciascun episodio. Noi non lavoravamo per 7 giorni di fila, ne avevamo due liberi nei fine settimana…era…era una serie d’azione, con due protagonisti, perciò noi lavorammo a lungo e duramente. Io feci la maggior parte delle azioni pericolose. Le sole che non potevo fare erano quelle in altezza. Non mi piace stare in alto. Non riuscivo a saltare dalle finestre… ma ero sempre io al volante… Il prossimo. Lei aveva una domanda… - “Starsky e Hutch”… fu il suo primo ruolo o… PAUL : No, no, io cominciai a recitare probabilmente al secondo anno di scuola superiore. Cominciai con del repertorio estivo, per poi passare a fare molto teatro una volta all’Università, durante l’estate. Poi mi ritrovai a Broadway. Andai a New York, lavorai come cameriere servendo ai tavoli e al banco, e facevo i turni. Ottenni degli ingaggi a off off-Broadway e poi a off-Broadway [si tratta di teatri con meno posti a sedere rispetto a quelli di Broadway, ma con ottime produzioni teatrali spesso sperimentali, escluse però dal circuito di Broadway]. In seguito feci uno show a Broadway e al contempo una soap opera. Poi lasciai New York per lavorare nel film “Fiddler on the Roof” [“Il violinista sul tetto”]. Successivamente ritornai a New York e partii per Los Angeles con l’idea di fermarmi là una settimana e invece vi rimasi per un anno e mezzo. Poi ritornai a New York e recitai in un’altra soap opera pensando di poter ottenere un ingaggio per un altro show a Broadway. Poi mi stancai delle soap operas, perciò abbandonai, e ritornai a Los Angeles, e lì c’era questo film per la Tv “Starsky e Hutch”, e mi dissi “Bene, ho bisogno di qualche nuovo film…non penso che diventerà una serie”…e così…ah…mi ritrovai totalmente invischiato!! (ad un membro del pubblico) Sì…lei prego - Io sono un attore…a dire il vero sto lavorando nella pubblicità e ho cercato di ottenere qualche ruolo in ambito teatrale…sembra che sia molto difficile, così pure nel lavoro pubblicitario. Come far sì che qualcuno ti ingaggi, in campo teatrale? PAUL : Ebbene, si tratta di un “catch 22” [situazione senza via d’uscita]. Sapete cosa significa “catch 22”? Si tratta di “catch 22” in quanto voi avete bisogno di un agente per ottenere un’audizione, e poi l’agente dice “Fammi sapere quando stai facendo qualcosa così posso venire a vederti e poi ti dirò se ho intenzione di ingaggiarti”…. - (la stessa persona) - E’ proprio quello che mi è già successo…. PAUL : Sì, e questo introduce alla domanda: “Bene, come fare??” La gente mi ha chiesto spesso come ho fatto io, e questo è irrilevante. Non ha importanza sapere come hanno fatto gli altri, perché ogni persona agisce in modo diverso. C’è una sola cosa che la gente di successo ha in comune….una volta insegnai agli studenti di un Master all’UCLA [University of California] e chiesi che alzassero la mano coloro che sentivano di dover assolutamente fare quello che stavano facendo, che si sentivano obbligati. C’erano una tale passione ed impegno…a proposito, una sola persona alzò la mano, ma penso che tutti quelli che avevano partecipato sentivano quella costrizione, quel bisogno…e se voi stessi avvertite questo impulso, allora ecco che vi guardate attorno, vedete come stanno le cose, a quello che c’è là fuori, a ciò che sta succedendo, e lo affrontate con la vostra particolare curiosità, e vi trovate a muovervi in direzioni diverse cercando cose differenti. Sapete, come per tutto il resto, una cosa la si fa veramente solo praticandola. Molte persone si definiscono attori, mentre vogliono solo essere attori ma non hanno mai realmente recitato. Alla maggior parte degli attori, dei giovani attori che incontro e che mi chiedono un suggerimento, io dico sempre “Il mio consiglio è questo…prendete un autobus e andate a New York, trovatevi un lavoro laggiù in modo da vivere e mantenervi, fate i turni, bussate alle porte, e solo allora comprenderete se avete la stoffa per diventare attori, rendendovi conto se avete quel tipo di motivazione necessaria”. C’è differenza tra il sentirsi consacrati a qualcosa…e penso che questo sia valido nella vita in generale….c’è differenza tra il dire “Accidenti, penso che questa cosa non sarebbe niente male, quasi quasi mi piacerebbe farla”, dal dire invece “Ho davvero bisogno di trovare qualcosa là fuori, devo assolutamente studiare, imparare, imboccare una strada”. Sia che le persone raggiungano un qualche livello di riconoscimento per un enorme e narcisistico bisogno di vedere se stesse oppure che abbiano qualche reale bisogno di creatività artistica, di realizzare l’arte della recitazione, si può dire che essa è praticata per la maggior parte in teatro. Cercate di capire, in teatro voi sostenete una performance per un’ora e mezzo o due ore. Non c’è nessuno ad urlare “stop”, non ci sono “rifacimenti”, nessun “ritocco”. Sei solo tu e il pubblico, ecco dove ti fai le ossa, dove ottieni la tua energia e solidità di attore. Tu hai bisogno di quella forza, perché il cinema e la televisione sono in effetti un esercizio di narcisismo, è un esercizio in termini di…tu non arrivi a….quando reciti sul palcoscenico c’è una scena, c’è il pubblico e ci sei tu, e c’è quel minimo di distanza tale da creare un’illusione. Quando si lavora davanti alla macchina da presa, essa praticamente ti fotografa! Quando io come regista seleziono qualcuno, voglio che sia proprio il “personaggio” ad attraversare quella porta e farsi avanti. Potrebbe anche non essere esattamente quello che io avevo in mente, ma se qualcuno passa attraverso quella porta portando avanti qualcosa di interessante per lui come essere umano, allora io come regista ne sono interessato. Certo, questa è una buona cosa, ma il problema è che non appena tu vedi te stesso là nello schermo…tu non hai più quella distanza che senti come attore quando stai recitando in teatro. Sei TU sullo schermo e la cinepresa vede solo quando tu stai raccontando la verità o quando stai mentendo. La cinepresa vede tutto. Ecco perché tu puoi vederti in un film e in quel momento puoi amarti oppure odiarti. Ma il richiamo, quando non ti stai odiando, la seduzione ad innamorarti di te stesso è talmente forte che è molto difficile trovare la differenza tra te stesso che vedi là sullo schermo e l’arte che stai praticando, la recitazione…perché è un’arte. E quindi il fatto di imparare a recitare nel cinema e nella televisione è quasi una contraddizione. Si apprende la tecnica, come muoversi davanti alla macchina da presa, come memorizzare le battute, come colpire nel segno, come rapportarti all’obiettivo, si assorbono un sacco di cose, ma quello che non si imparerà mai è come riuscire a fare la distinzione fra te stesso come artista e quell’immagine sullo schermo. Questo è davvero difficile. Ecco perché si vedono tanti attori, o altri che lo vorrebbero essere, che arrivano ad un certo livello di celebrità, di attenzione, di successo, e poi all’improvviso implodono o diventano emotivamente instabili, li vedete cedere alle droghe o all’alcool, perché a livello profondo essi hanno paura di non essere “abbastanza”. Davvero non capiscono che è stato tutto un colpo di fortuna “varcare quella porta”. Che si trovavano al posto giusto al momento giusto. Non ci fu nessun motivo, non fu perché “Ho fatto in modo che ciò accadesse”….Nessuno può far sì che accada. E se tra voi c’è qualcuno che ha già sperimentato la vita abbastanza a lungo, è possibile che abbia capito che non abbiamo il potere di far accadere nulla. Quello che si può fare è prendere parte a quello che sta avvenendo, sia che si tratti di recitare, di dirigere, o fare del giardinaggio, o dipingere, o costruire. Si è coinvolti nel proprio agire e si fa tutto in maniera il più possibile precisa, incrociando le “t”, mettendo i puntini sulle “i”, si cerca di essere presenti, di fare il proprio lavoro. E se nel vostro cammino, nella vostra vita, vi capitasse di incrociare qualcosa chiamato “celebrità” o successo, o comunque vogliate chiamarlo, allora vuol dire che questo è il destino e che deve accadere per forza. E il problema a quel punto è che tu cominci a credere di aver fatto qualcosa al fine che tutto ciò si verificasse e dimentichi che invece si trattò solo di fortuna, di una questione di tempi giusti, di destino, che il tutto era scritto nelle stelle e che non ha niente a che fare con te. E questa paura sotterranea, che poi è la pura verità, è che ogni cosa venne dal destino e che non riesci a far fronte a tutto questo, perciò ti affanni in ogni modo…aspetta devo fare questo…lo devo conservare, aumentare, devo essere io a fare in modo che tutto accada…perché siamo indotti nella nostra società a credere che siamo noi stessi gli autori del nostro destino. C’è differenza tra il far accadere le cose ed essere una persona, una brava persona, una persona onesta, una che vuole imparare, partecipare, che vuole toccare ed essere toccata. Vi sto lanciando molte idee, ma c’è davvero una tensione molto molto comune verso queste cose. La gente tende a guardare all’esterno, al mondo del cinema, della televisione, dello spettacolo, guarda alla visibilità, alla celebrità, sia che si tratti di cantanti o attori, o al mondo del football, o qualunque altra cosa. I conduttori sono ora delle stars…delle celebrità… E tanti guardano dall’esterno e dicono… “Voglio anch’io fare parte di quel mondo”…principalmente perché quando guardano se stessi internamente si rendono conto che dentro non trovano nessuno che conoscono, che amano o con cui si sentono in armonia. In tutto questo non c’è niente di male. Io stesso ammetto senza difficoltà che quando ero bambino mi sentivo “perso” e una gran parte di me voleva diventare un attore proprio per scoprire chi realmente fossi. E per ottenere quell’approvazione, quell’attenzione. Vi racconto una storia su me stesso, una specie di barzelletta…quando ero a New York e stavo lavorando per cercare di emergere facendo un po’ di off-Broadway o qualunque altra cosa, con gli altri attori andavamo insieme a bere e a rilassarci in locali tipo Jimmy Allen…Jo Allen…o Jimmy Ray, e dicevamo “Non andrei mai a Los Angeles. Io sono un attore, un attore di teatro. Ci posso andare per fare un film, magari uno show per la Tv, per fare una serata, ma non vivrò mai là! Non farò mai parte di quella stupida industria di salsicce…sono un artista io!!” Ed ecco che arrivò in città Norman Jewison per selezionare degli attori per il suo film “Fiddler on the Roof”. Mi chiamarono e mi chiesero se volevo leggere una parte, la lessi e poi pensai che non ero adatto per questo. Ma andai lo stesso e provai a leggere per Jewison, e poi lui decise che voleva che io andassi in California per un provino…e la primissima cosa che feci fu quella di precipitarmi sulla Sixth Avenue da Bally Shoe per comprarmi un paio di mocassini bianchi (risate)…mocassini bianchi!! Ah, chiaramente ero ben più coinvolto nel fatto di sentirmi una star di quanto volessi ammettere a me stesso…E non capii il significato e la realtà di questo se non quando “Starsky e Hutch” apparve e all’improvviso mi veniva detto di tutto… “Tu sei eccezionale”… “Ehi, stai facendo un sacco di soldi, un giorno o l’altro ne farò anch’io”… Tu stai facendo soldi e la gente era lì…dammi questo, dammi quest’altro...ok, va bene, farò tutto, firmerò gli autografi…perché è a questo che siamo indotti nella nostra società. Siamo formati a credere che il denaro, i beni materiali, il “successo”, intendendo ciò che possediamo, ciò che abbiamo, ciò che possiamo creare, quello a cui possiamo puntare o con il quale ci possiamo identificare, sia “chi” noi realmente siamo. Quello che cominciamo a capire mentre invecchiamo, se siamo fortunati…ecco, cominciamo a diventare consapevoli che quello non rappresenta ciò che noi “siamo”. Noi non siamo tutte quelle cose, non siamo questo o quello, i soldi che facciamo o ciò che possediamo. Non siamo niente di tutto questo. Noi siamo tutti la stessa cosa. Siamo quegli animali che abbiamo questa consapevolezza, questo dono di sentire compassione per noi stessi e per gli altri. Abbiamo tutti quanti gli stessi bisogni, le stesse esigenze, le medesime aspirazioni, e la cosa che noi tutti desideriamo ardentemente, al di là di quello che facciamo, sia che siamo architetti o attori o altro, è il fatto di riuscire a trovare un modo per essere presenti. Mi trovo su un campo da tennis, sto giocando e all’improvviso esco da me stesso. Non so cos’è. Sto battendo tutti i colpi e…wowww…vivo il momento. Sono nel presente. Vedo una ragazza all’altro lato della strada, lei mi guarda, sorride, io sorrido…e all’improvviso dimentico tutto. Mi innamoro. Sono lì, presente. Sto dipingendo un quadro e mi perdo dentro di esso. Sono presente. Sto scrivendo qualcosa, o facendo del giardinaggio, o lavando la macchina, o i piatti. Sono assorbito in quello che sto facendo. E non penso a dove mi piacerebbe essere o a dove potrei essere , o a dov’ero o a dove voglio essere…a niente di tutto questo. Sono proprio lì, ora….sono presente. Perché quando siamo presenti, noi siamo in pace e ci sentiamo bene. Qualcuno chiama questo amore, altri lo chiamano essere in presenza di Dio…Chiamatelo come più vi piace, ma si tratta proprio di ciò che noi vogliamo, perché in quel momento di “presenza” noi tutti ci sentiamo “connessi” all’esistenza, all’“esserci”, all’essere “vivi”, e questo è bello. Ci si sente in equilibrio. Perciò, sia che voi siate attori, o facciate qualunque altra cosa…questa è la mia piccola “predica” sul fatto di come siamo condizionati e sollecitati in questa società. Credere nel denaro, nei possessi, nel successo come se fossero un traguardo in grado di dirci CHI siamo o in grado di farci sentire bene sulla nostra identità…ebbene tutto questo non è vero. Si possono raccontare milioni di storie riguardo a questa verità, e voi potreste dire “Sì, d’accordo, ma renditi conto, è facile per te esprimerti così, guarda un po’ dove sei…” Ebbene, tutti quanti sentiamo lo stesso dolore, la stessa sensazione di sentirci persi, ognuno di noi prova la stessa paura e affronta la stessa identica realtà che non abbiamo alcun controllo sulla nostra mortalità. Siamo tutti uguali e tutto è relativo. Durante il mio cammino come artista, come persona, come essere umano, ho arricchito il mio cuore della più importante lezione che sono riuscito a trovare, e cioè che quanto più a lungo io sono in grado di rimanere uno studente, una persona che vuole imparare continuando a chiedermi chi sono e perché sono qui, indipendentemente da ciò che faccio…non ha alcuna importanza, nessuna…ecco io ho un’occasione di essere “connesso”, di essere una persona, di essere presente…ho una possibilità… (Paul si rivolge ora ad una persona che ha un cane) PAUL : Come si chiama quel cane?
PAUL : Che cosa?
PAUL : “Nitro”. Non è “Nitro” in questo momento. E’ nel mondo dei sogni! Sì… (rivolgendosi ad un’altra persona)
PAUL : Tutti noi amiamo noi stessi… - OK PAUL : Noi anche ci odiamo, abbiamo paura di noi stessi. Siamo una combinazione di tutto questo… -No davvero… PAUL : Lei DAVVERO ama se stesso! (risate) Bene, chissà…uno di questi giorni potrei nascondermi nel suo armadio e poi coglierla di sorpresa…saltar fuori e dire “Ah ha…che ne dice di questo adesso…?” [Paul intende dire che non è possibile amare se stessi continuativamente come l’intervistatore sostiene] Io credo che lei voglia dire che veramente ama se stesso, e questa è una cosa preziosa e importante da ammettere. Dunque…mi faccia un’altra domanda e vedremo per quanto tempo parlerò! (risate) Sì…- Che cosa fu a spingerla verso la regia? PAUL : Sapete…mio padre era un architetto ed io ero solito dire che lo sarei potuto divenire se già mio padre non lo fosse stato. Quando feci “Starsky e Hutch”- e avevo un master per la regia, quindi avevo diretto un po’ in teatro, ma non avevo molta pazienza per questo – ebbene, quando feci “Starsky e Hutch” non è che fossi molto contento. Non volevo fare una serie televisiva, ma mi trovai nel mezzo e volevo uscirne, e poi alla fine mi resi conto che non era possibile. Mi resi pure conto che il film è il terreno ideale per il regista, la televisione lo è per il produttore in quanto al fatto di avere il potere, il controllo della situazione…il teatro è il terreno dell’attore, sei sul palcoscenico. Nell’ambito cinematografico, come regista devi affrontare cose in ambiti diversi. Devi occuparti di fotografia, poi insegni, lavori con 100, 120 fino a 170 persone, e condividi una certa visione delle cose cercando di muoverti in una certa direzione. Si fa il montaggio, si sceglie la musica, e in tutte queste aree c’è sempre qualcosa da imparare, perché ti vengono sempre mostrate delle cose che non conosci. Perciò in questo mondo ci sono diversi settori che mi vedono coinvolto e tutto questo mi piace davvero. E lo preferisco al fatto di recitare. In effetti, circa due mesi fa mi ritrovai ad un bivio. (rivolgendosi al pubblico)… Non è una bella cosa quando la gente man mano se ne va! (risate) Vuol dire che lo spettacolo non è poi così interessante. Ahh (risate)..va tutto bene (Paul alza la voce e ride)…”Ho guidato per due ore!!!”… (Tutti ridono) Come regista ci sono molte cose differenti da fare, e questo mi ha sempre affascinato di più…Stavo dicendo…circa 2 mesi fa qualcuno mi chiese di prendere parte ad un’opera teatrale a New York. E io…ahh…mi trovai di fronte ad un dilemma. Una parte di me voleva accettare, perché sapevo che sarei stato in grado di fare davvero un buon lavoro…Sarebbe stato un viaggio a ritroso per rivisitare me stesso dopo tutti questi anni in cui sono rimasto lontano dalla recitazione, visto che ho cominciato di nuovo a recitare in questi ultimissimi anni, dopo ben 17 di assenza. Ma decisi di non farlo, che la mia creatività e il mio piacere erano legati allo scrivere, al produrre, al dirigere e al cercare di tornare alla mia carriera in ambito cinematografico, per la quale sono già 6-7 anni che mi sto impegnando a fondo, studiando, scrivendo, creando copioni per film… (Rivolgendosi ad un membro del pubblico) …Ehi, come va…tutto bene?? - Sì, è tutto OK… PAUL : Ah bene, volevo solo essere sicuro che la sua mano non scivolasse…. OK…d’accordo… Sì, prego…. Annette -Tutte le sue realizzazioni come regista in “Starsky e Hutch”…”Bloodbath” e “Terrors on the Docks” [l’intervistatrice fa qui un errore, l’episodio a cui si riferisce si intitola “Deckwatch”, “Il coraggio di Anna”]…. Sembra che la sua regia sia diversa da quella degli altri episodi. Stava cercando qualcosa oppure… PAUL : No, in realtà…”Bloodbath” [“Bagno di sangue”]…penso che “Bloodbath” era inerente… (risate) Annette - In “Bloodbath” lei era rapito e imprigionato allo zoo… PAUL : Oh sì, allo zoo…al vecchio zoo! Quello fu il primo episodio…volevo essere sicuro di non confondermi con un altro. Fu il primo episodio che diressi. Tutti non si aspettavano altro che un mio fallimento!! (risate) Ve lo racconto…loro dicevano “Oh, questo qui crede di riuscire a dirigere…” Potrei descrivere quell’esperienza come il “mordere la sedia”. [Paul intende che sebbene fosse alle prime armi e posto in quelle condizioni ugualmente riuscì a non fallire come regista] . Cercavo di resistere. Avevo visto molti lavori di regia in precedenza, ma effettivamente lì stavo solo cercando di sopravvivere. E mentre vai avanti si forma la tua visione, la tua idea di come vuoi procedere e di quello che stai cercando di fare. E questo forse traspariva. Annette – “Terror on the Docks” [ovvero “Deckwatch”]….forse non lo ricorda… PAUL : Sì, lo ricordo…Annette - Hutch stava lì e lei pure, e la cinepresa era pure lì, e riprendeva un’immagine che passava attraverso la macchina…Stupende riprese e molto diverse… PAUL : Ciascuno ha la sua personale sensibilità… Annette - Le sue erano sicuramente le migliori! PAUL : Grazie. Alcuni registi non sono “fotografici”. Per le inquadrature fanno affidamento su un cameraman. Ci sono registi che non comunicano molto bene con gli attori, altri sono dei grandi politici e riescono a procurarsi il lavoro praticando la politica con lo studio e con chiunque altro. Ci sono tanti tipi diversi di regista. Voglio dire…io sono un purista. Credo che per essere davvero un buon regista bisogna essere in grado di fare tutte quelle cose. Io non sono mai stato un buon politico. Ma ho sempre amato la fotografia. Mi piace muovere una cinepresa. Penso che sia un modo affascinante di creare un impatto sul pubblico senza saperlo. Se fate attenzione ai films che oggi escono dagli studi, si può dire che hanno tutti un ritmo molto veloce…è questione di montaggio, quando si monta un film si può creare un ritmo preciso.Supponiamo…se io mi mettessi a parlare con voi, girando una scena, si potrebbe inquadrare voi per un certo periodo di tempo, poi per un altro po’ puntare l’inquadratura su di me, e se la nostra conversazione riguardasse qualcosa di molto serio sul mondo o uno sforzo per qualcosa di importante, ecco che questo funzionerebbe. Ma se davvero vogliamo accrescere l’interesse , la curiosità del pubblico, o la loro suspense…. (una persona sta lasciando la sala) Eccone un’altra che se ne va (risate)…. -Ho una riunione!… PAUL : Lei non se andrà tanto facilmente, mia cara! (risate) …quindi, dicevo, poi potete farne un montaggio e farlo rimbalzare avanti e indietro (fa schioccare le dita)…più veloce…più veloce…sempre più veloce…e così potete creare uno stato di tensione. Ora…il trucco nell’ottenere una scena d’azione è quello di creare molti tagli, o riprendere da molte angolazioni, perché ciò che si vuole è far sì che il pubblico si senta coinvolto, viva la sensazione, quando la macchina si sta schiantando o quando un tizio sta saltando giù da un palazzo…(agita le mani)….badaadaaah….(parlando ora più lentamente)…Non è come…una storia d’amore (risate)…E’ più veloce, perciò occorre produrre molti tagli al montaggio per generare ritmi veloci…. In effetti, ci fu un evoluzione molto interessante quando cominciammo a fare “Starsky e Hutch”. La macchina da presa predominante era la “Mitchell”. Era molto grossa e pesante, e venne usata per anni a Hollywood. Ma non si poteva spostarla ovunque. Era grande, macchinosa. Ne avevamo qualcuna, si poteva farla scorrere su una piattaforma mobile o piazzarla su una gru. Grazie a questo voi vi rendete conto quando guardate i films, se guardate quelli vecchi, che nell’azione, nel crescere della tensione, nei momenti critici, la cinepresa si muoveva, il montaggio si faceva più veloce…era una questione di enfasi. Quando venne introdotta la nuova cinepresa, la “Panaflex”, che era più leggera, insieme a tutto il suo equipaggiamento di supporto, all’improvviso la si poteva muovere, si poteva mettere la “steadycam” [camera fissa], la “pogocam” [per ottenere movimenti in verticale], e tutti quei diversi nuovi dispositivi… (indicando una persona del pubblico) ooops…si è addormentata (risate)…scoperta!! Tutti quei congegni permettevano di spostare quella cinepresa, muoverla. Perciò facendo questo e creando molti tagli, si generano un sacco di effetti speciali, inoltre il volume viene alzato e reso talmente forte da dare la sensazione che qualcosa stia per succedere. La cosa interessante che accadde con il cambiamento dell’equipaggiamento è che quando si voleva attirare l’attenzione su un particolare momento della storia, ecco che tutto si fermava. Si avanzava….bahpbahpbahp…e tutto sempre più veloce…sempre più veloce….dadadadada…STOP!…e per un breve istante (Paul si muove in avanti e si irrigidisce nell’espressione) l’audience si sporge, si sporge e ascolta. Non potete far durare questo a lungo, altrimenti perdereste l’attenzione. Ma questo fu un cambiamento molto interessante nell’intera tecnica, determinato appunto dall’introduzione di nuove apparecchiature. Una cosa che la gente non capisce mai molto bene, poiché pensarono che fosse dovuto al cambio delle apparecchiature, è il significato di “moving pictures”. Con questo si intende che il film passa attraverso l’obiettivo, le immagini sono in costante movimento, cosicchè quando si sta riprendendo qualcosa si è sempre in movimento, sempre. Anche quando la macchina da presa è ferma, state comunque cercando qualche movimento. In questo caso il tipo di movimento che si cerca è quello che io chiamo “movimento verticale”. Si cerca qualcosa che sta accadendo…negli occhi, nella storia stessa, nelle emozioni, nei sentimenti delle persone. La cinepresa è là, immobile, ma qualcosa succede sempre. La si può chiamare emozione. Questo è davvero importante. Il prossimo…Lei… - Come è stato per lei adattarsi alla celebrità? PAUL : Come è stato per me adattarmi? Passai dei momenti terribili. Non riuscivo a comprendere perché c’era costantemente tutto quell’entusiasmo ed eccitazione da parte della gente. Non riuscivo a farmene una ragione. E mi ci vollero anni prima di capirlo. Posso concentrare questo in una frase che ripeto da anni…. “La gente crea i propri Dei per poi mangiarli”. Se vi fermate un attimo a riflettere, è proprio così…Tu vedi qualcuno di famoso, ecco che vuoi il suo autografo, una fotografia, un pezzo del suo vestito, vuoi toccarlo, vuoi sentirlo…vuoi un pezzo di questa persona….rischiando di sconfinare nella religione…Il sangue di Cristo, l’ostia, la comunione, il corpo di Cristo…è la stessa cosa… “Noi creiamo i nostri Dei al fine di mangiarli”. Bene, cosa significa questo? Significa che noi abbiamo questa tremenda paura della morte, della mortalità, di come viviamo le nostre vite sapendo che moriremo, e perciò creiamo degli eroi che affrontino al nostro posto la paura della morte, la paura della nostra impotenza, del pericolo, e loro ne escono vincitori. Siamo alle World Series, tre e due il punteggio, il gioco è pari, l’ultima battuta del nono inning…può il giocatore in posizione per la battuta, con tutta la pressione su di lui, mantenere la concentrazione sulla palla e colpirla talmente forte da farla uscire dal campo? Se lo fa è un eroe! Tiger Woods, quella stupenda battuta! Noi facciamo di queste persone degli eroi, che escono vincitori dal confronto con la nostra comune paura di morire, della morte, del pericolo. Non ho mai voluto essere quella persona. Non capivo. Come poteva la gente guardare a me e a quello che stavo facendo…. Vidi il pilot di “Starsky e Hutch”…ne diedero una proiezione cinematografica alla Twentieth Century Fox, e mi dissi “Grazie a Dio non diventerà una serie”…e dopo che vidi il primo episodio in televisione, mi rivolsi a David e dissi “Grazie a Dio ne hanno ordinati soltanto 13 di questi!” (risate). Non ritenevo che la cosa meritasse quel tipo di adulazione, e questo mi spaventava. Mi spaventava davvero. Odiavo quella situazione e non è stato prima di questi ultimi 5-10 anni che riuscii a trovare un’armonia e a dire “OK, non è qualcosa che finirà. Sono qui e qualunque cosa che io posso condividere con la gente, insegnare e imparare, lo farò”. Ho un vantaggio rispetto alla maggior parte di voi in questa sala…sono più vecchio, ho vissuto molto. Molto di quello che vi dico è del tipo “Sì, certo, sicuro, non a me, a me non succederà, puhhh”, così come dite ai vostri genitori, ma io continuo ancora a tentare, perché sono un idealista, un romantico e un sognatore, e credo che qualcosa di quello che sto dicendo vi ritornerà alla mente prima o poi, se non oggi allora magari tra 10 anni, se la vostra memoria sarà ancora buona…la mia non lo è poi tanto…e direte “Cos’è che disse, Dio mio…quella cosa è successa davvero!”. Non è che dovete comprendere proprio adesso. Ma in un certo modo sto approfittando della mia posizione per riversare su di voi tutte queste cose, da assimilare o meno… Sì… - Qual è la sua opinione sul ruolo dei media in rapporto alla celebrità, sui media e il pubblico…la gallina e l’uovo?? PAUL : Bene, come stavo dicendo, la gente ha questo bisogno, quello di creare le sue celebrità, i suoi Dei. Ricordo quando il People Magazine ogni mese metteva in vetrina una celebrità…ora, mio Dio…non si può stare al passo, mi sono arreso, neanche ci provo. E ora quando vado a qualche serata, a qualche festa, e io non ci vado spesso, e incontro gente, celebrità…ebbene sovente chiedo a qualcuno “Ehi, di cosa ti stai occupando?!” (risate). Non è per niente corretto politicamente. Ma è un bisogno del pubblico, un nostro bisogno, e tutti ne siamo alla ricerca. I media sono un affare, bisogna capirlo. E’ un business. La televisione è il terreno dei produttori ed è là per una ragione ed una soltanto…vendere cose che rendono molto denaro. Sia raccontando storie che vi toccano, sia condividendo con voi la vita di altre persone. Il tizio si sta rifacendo la casa, o i capelli, o la faccia, o qualunque altra cosa. Qualunque cosa va bene, sia che avvenga tramite i realities o tramite storie drammatizzate, commedie, qualunque cosa possa servire a sfruttare quel bisogno con il solo intento di vendere quello che loro vogliono. E troppo spesso la gente che vende ti racconta quello che tu vedrai, perché la televisione, in tutte le sue miracolose possibilità, è diventata un sordo e pericoloso strumento in mano ad affaristi e politici. Tu oggi guardi le notizie, ma tu in realtà non lo stai facendo questo, stai semplicemente assistendo ad uno spettacolo, oggi come oggi è tutto spettacolo. E’ come quando compri il giornale a New York… “Sei persone uccise oggi! Cinque incidenti, quella casa andata in fiamme, quella donna che ha trovato un dito nel suo chili…” Voglio dire…non è molto educativo, non ti solleva il morale, la sola cosa che fa è stimolare la tua curiosità e indurti a chiederti un sacco di cose sugli altri…è come guidare sull’autostrada e vedere un incidente….Tutti rallentiamo “Woo ragazzi… e se fosse successo a me?”….noi non pensiamo questo, noi diciamo “Woo, guarda là…” (un cellulare comincia a suonare)…Spero che il mio cellulare non squilli, ci sarebbe da ridere per tutti… Perciò….come trovare un equilibrio tra le due cose? Tra quello che noi vogliamo come pubblico, come persone, e quello che vogliono i media? E’ una lotta. E’ una lotta tra quella parte di noi che cerca una soddisfazione spirituale e quell’altra parte che invece desidera un appagamento materiale. E’ una battaglia che si sviluppa dentro ognuno di noi…Vi voglio raccontare una piccola storia, una cosa abbastanza interessante da ricordare, che riguarda la narrazione di storie. Questa venne fuori…si trattò di un’ipotesi…da un libro intitolato “Le origini del teatro”, che io lessi all’università e di cui mi sono sempre ricordato, ho sempre pensato che è abbastanza interessante. Immaginatevi un uomo preistorico con un fuoco acceso…è seduto là nelle tenebre…. (rivolgendosi ad un membro del pubblico)… Non disturbi Dynamite, via… ….sta seduto nel buio, con il suo fuoco, insieme ad un compagno , e là intorno tutti quei rumori, quegli animali che non aspettano altro che di avvicinarsi e mangiarli. Ed essi sono impauriti, tremanti, sono praticamente nudi…perciò non possono tremare dentro niente…ma ugualmente stanno tremando! (risate)…e uno di loro raccoglie una pietra e la batte contro un’altra pietra (Paul sbatte la sua bottiglia d’acqua contro la parete)…egli determina quel suono… “Hey…niente male!”… Il compagno pensa la stessa cosa e anche lui prova (Paul colpisce il muro con la sua bottiglia mentre gli esce un “a-uh”). Così passano la notte, entrambi si sentono bene perchè possono sperimentare una causalità, qualcosa che essi stessi hanno determinato. 1000 anni più tardi, in una caverna si trovano riunite 40 famiglie… tutti sono troppo sazi, hanno mangiato troppa carne di tigre, sono stanchi e vogliono solo dormire. Nessuno di loro dice “Uhnn”, nessuno vuole battere le pietre, grugnire, o qualsivoglia altra cosa. Ecco che allora scelgono qualcuno che lo faccia al posto loro, e questa persona diventa lo Sciamano, il Prete, il Rabbi, il narratore. Quella persona che racconta la storia per ricordare a noi tutti che abbiamo paura di quegli animali là fuori nelle tenebre, questa è la funzione del raccontare storie. E’ un atto assolutamente sacro. Noi onoriamo i nostri narratori e la gente che parlò loro di queste storie, che le espresse, li onoriamo perché ci fanno sentire più vicini a noi stessi. La Bibbia è la storia di tutte le storie, è importante ricordare questo quando stiamo cercando di trovare un equilibrio tra quello che è il commercio dei media, il che è un nostro comune bisogno per fare denaro, per darci sicurezza e benessere, proprietà e beni materiali che possiamo ottenere e che possono farci stare bene, e l’altra parte di noi che ci fa sentire questo impulso, questo profondo bisogno…del tipo “Devo raccontare la mia storia, devo trovare la mia storia, devo sperimentarla….”
(rivolgendosi ad un membro del pubblico) Le sue gambe funzionano ancora?…Vanno su e giù…magari le distenda un pochino…! Il prossimo…lei…- Credo che lei sia d’accordo sul fatto che c’è un sacco di robaccia in giro tra spettacolo e films. E non penso che tutti sentano questo estremo bisogno di raccontare una storia o di vedere in questo un atto sacro. Quanta gente a Hollywood sta facendo questo perché lo avverte come un desiderio? Non è per la maggior parte un business? PAUL : Come stavo dicendo prima, persone diverse provano desideri diversi. C’è gente che sente la necessità di fare molti soldi, per altra gente è importante essere famosa, per altri la cosa fondamentale è la bellezza, e per certuni è basilare avere un controllo sugli altri. Mi avventurerei nel dire che se si volesse sapere quanti tipi di persone esistono o in quale percentuale, basta solo guardare dentro se stessi e riconoscere quale parte di noi vuole una cosa, e accorgersi che poi essa fluttua, avanti e indietro…indietro e avanti…C’è gente che fa un sacco di denaro e ottiene ogni potere, e poi all’improvviso si guarda attorno e dice “Questo non fa per me. Voglio andare ad aiutare i bambini in Rwanda”. Ogni essere umano ha il suo proprio cammino. Ognuno di noi ha la sua strada, e lungo questa strada è sempre presente questa lotta tra quella parte di noi che vuole una cosa e quell’altra parte che desidera qualcos’altro. Vi affido un detto di Ghandi “Non fate del male a nessuno”. Trovate la verità ma non fate del male…. Sì…lei… - Che tipo di relazione esiste tra lo scrittore e il regista, se ce n’è una? PAUL : Woooooo (ride) - E che genere di cose ci si aspetta da un regista? PAUL : Sapete, sono 5-6 anni che sto scrivendo, prima di questo ero solito rielaborare altri scritti. E come regista pensai….anch’io lo posso fare. Avevo scritto poesie e altre cose, abitualmente riscrivevo i dialoghi di “Starsky e Hutch”. E poi cominciai a studiare. Il teatro pur essendo il terreno ideale per gli attori lo è anche per gli scrittori, le loro parole rimangono incise nelle pietre. In teatro non si sta a tavola con gli scrittori. In televisione, il terreno dei produttori, tutti calpestano continuamente gli autori. Il cinema è il terreno del regista e gli scrittori sottostanno ai suoi bisogni. Questo non per dire che il proposito iniziale dello scrittore, il mondo che egli crea, la specificità con la quale dà vita alle sue idee, la passione che lo porta a scrivere ciò che concepisce nella sua mente, non abbiano un durevole effetto. Anzi io in realtà sono convinto che quando lavoro con uno scrittore, e posso dire di aver lavorato con molti di loro, e anche in qualche caso prodotto insieme a loro dei testi, diciamo che cerco di partire con il piede giusto. Lavoro insieme ad uno scrittore finchè posso e se poi si raggiunge il punto in cui sento che lui non riesce a realizzare la cosa o è logorato, allora io stesso comincio a scrivere, se lo sento…se riesco a sentire e a dare voce a quei personaggi in quelle situazioni. Non è facile, e qualche volta non si riesce. Il meglio sarebbeuna collaborazione. Due teste sono meglio di una. Per meglio dire, due modi di vedere sono meglio di uno solo. Capita spesso che l’altra persona veda cose che tu non sei in grado di vedere. Ma il percorso iniziale dello scrittore che dà vita alla sua idea e la mette su carta ha un valore inestimabile. Spesso dico a me stesso e agli altri quando sto selezionando persone per un film, e quando dico questo non intendo solo scegliere gli attori, ma oltre quelli il cameraman, lo stilista, lo scenografo, tutte quelle persone che realizzano il film e che hanno delle capacità creative da riversare in esso…ebbene dico spesso a me stesso che se sono abbastanza fortunato da identificare l’anima della storia, insieme allo scrittore o se invece lo scrittore sono io stesso, se io riesco a capirla, essa quasi inevitabilmente evolverà. Inizio con una Chevy, potrei uscirne con una Ford. Il film cambia. Tu cominci a fare quel determinato film e finisci con quest’altro. Esso si trasforma, e tu devi permettere questo cambiamento, per la stessa ragione che il film passa attraverso l’obiettivo ed è una “moving picture”. E’ un terreno “fluido”, tende a cambiare, ad evolvere, come in realtà tutto evolve anche nella vita stessa. Se sei in grado di identificare il proposito più profondo, di afferrarlo davvero, allora tutti daranno la loro personale interpretazione di quell’intenzione. Ciascuno verrà colpito in maniera diversa, apporterà una differente sfumatura, un diverso elemento alla stessa “danza”. E perciò come regista, una volta che hai scelto il cast, e Hitchcock lo diceva sempre, una volta che hai progettato il film, che esso è avviato, che hai selezionato tutti i vari settori, una volta che tutto è a posto, il tuo lavoro di regista è solo quello di aiutare tutti gli altri ad eseguire nella massima specificità possibile il loro ruolo artistico e a mantenere fisso il tuo sguardo sull’intenzione senza confonderla con l’interpretazione. “Non è come l’avevo immaginato…non lo voglio in quel modo”….”Oh, quella è una buona idea, non ci avevo mai pensato. Facciamola. Vuoi mettere quella cinepresa lassù? Proviamoci. Sembra che potrebbe funzionare? Sì, o no”….Perciò ti trovi sempre in quella situazione in cui ti chiedi se stai onorando tanto lo studente quanto l’insegnante che sono dentro di te. Sto imparando, sto cercando la verità? Prego…. - Il reality televisivo si sta in parte imponendo, il che probabilmente è il motivo per cui non riesco a trovare un agente teatrale… PAUL : E’ una domanda che la riguarda direttamente?- No, non direttamente…Secondo lei, che direzione si sta prendendo? PAUL : Ebbene, penso che si tratti di un bisogno voyeuristico, perché il mondo è diventato così piccolo grazie ai computers, alla televisione, ai viaggi aerei, e sia che questo ci piaccia o no, noi sappiamo tutto quello che riguarda una persona in Iraq, o quantomeno pensiamo di saperlo, abbiamo ora un senso di comunità mondiale e ciò crea una situazione molto interessante. Quello che succede è che mentre tutto questo ci fa sentire più vicini, guancia a guancia l’uno con l’altro, e questo dovrebbe farci stare meglio, in realtà esso crea un maggior senso di anonimia, una maggiore paura del “Chi sarò mai?”… “In che modo sono speciale? In che modo diverso?”… E’ per questo che si vedono tutti quei tatuaggi e piercing e cose di questo genere. Quello che i realities televisivi fanno è permetterci di entrare nelle camere da letto e nei soggiorni degli altri, di un qualunque uomo comune, e sentire due cose. La prima… “Oh, pure loro sentono le cose in quel modo…”, e la seconda cosa è che ci danno lo possibilità di coltivare la fantasia che potremmo diventare noi stessi delle celebrità esattamente come loro. “Potrei fare quello show. Potrei essere questo! Potrei fare quello!” Questo ha soddisfatto la sua domanda? - La risposta è no…Voglio dire, è proprio questo che ho sentito da lei…cioè che non ci sarà una fine dei realities in Tv? PAUL : Non ci sarà una fine. Essi si trasformeranno in qualcos’altro, e poi di nuovo in qualcos’altro ancora, e pure la narrativa cambierà, e ci sarà una combinazione tra le due cose e… -Ritengo…penso di capire che alla fine con la direzione che si sta prendendo, vedremo gente che muore e gente che viene uccisa….. PAUL : Bene, penso…. -Nei realities…. PAUL : Penso che le esecuzioni pubbliche siano già ormai chiaramente ipotizzate. Sapete, è stato sempre uno dei miei…ad un certo punto….non è abbastanza vedere un rottame a lato della strada o qualcuno che in un combattimento a mani nude viene picchiato selvaggiamente a morte. Alla fin fine lo vorrai comunque vedere. E’ così. C’è uno strano paradosso qui…mentre gridiamo a più non posso alla moralità nella nostra società, al contrario allo stesso tempo questo crea un’atmosfera più permissiva in termini…di come le persone riescono ad appagare le loro paure, i loro bisogni di sentirsi “forti”….e questa è un’altra ulteriore questione… Sì…. - Lei pensa che tutto questo avrà un riflesso sulla recitazione? PAUL : Ebbene, credo che la recitazione ci sarà sempre…voglio dire, voi sapete cos’è per me il recitare, e ci sono delle arti specifiche, del movimento, della voce, del creare illusioni, ma la cosa davvero interessante riguardo alla recitazione è il fatto che il vero intento è quello di non mettere maschere, quanto piuttosto di toglierle. Significa davvero trovare quel “posto” dentro di noi che può “toccare” chiunque altro con… “Oh, lo conosco…capisco quel sentimento”…o “…Oh, sì, è proprio la stessa cosa che sento io…” . Ci sarà sempre questo bisogno. Ritengo che il teatro, come ho detto prima, sia la vera palestra, il luogo più adatto dove imparare quest’arte. Non credo che la si possa apprendere davanti alla cinepresa. Comunque di certo stare di fronte ad una macchina da presa può aiutare a diventare delle persone migliori e più oneste…penso in fondo che questo sia vero… Prego…..
PAUL : Non c’è alcuna costante perché ognuno arriva con un suo livello di formazione o una diversa inclinazione o difficoltà. Quando lei, Annette, mi ha fatto quella domanda riguardo a quell’episodio che diressi in cui ci trovavamo su quella banchina, su quel molo, e la storia riguarda un tizio che entra in una casa e prende in ostaggio una nonna e sua nipote, di circa 20-21 anni, e poi noi lo scopriamo, e Hutch riesce ad introdursi nella casa fingendo di essere un paramedico, e alla fine pure io entro e tutto termina con una sparatoria…ecco, quella fu un’esperienza molto interessante poiché la ragazza, l’attrice che interpretò quella ragazza, Kitty Harrold, che era davvero un’ottima attrice, stava recitando per la prima volta, e io decisi di girare il finale nel soggiorno quando Starsky finalmente irrompe…circa 300 metri di pellicola in un’unica lunga scena di 8-9 minuti. C’era un’inquadratura su David, una sulla nonna e una sul sequestratore, e mentre io mi stavo occupando di tutto questo, Kitty continuava a venire da me dicendo “Che cosa farò?…Non so cosa fare!”…e io le rispondevo “Non ti preoccupare, andrai bene”…Sarebbe andata bene perché lei non aveva alcuna esperienza artistica. Feci l’ultima ripresa su di lei, e quando la inquadrai feci partire la cinepresa e le chiesi “Come ti senti?”…e lei disse “Non so che fare…cosa farò mai?”…In quel momento dissi “Bene, AZIONE!”….Lei era disorientata, e quella era proprio la situazione reale che volevo ottenere perché il personaggio non sapeva in quale inferno si sarebbe ritrovata. Questo accade quando si lavora con qualcuno che non ha alcuna esperienza. Invece se hai a che fare con qualcuno esperto nella sua arte e nel relativo linguaggio, ti puoi rivolgere a loro e dire…come il mese scorso…stavo girando un episodio di “Vegas” con Jimmy Caan e Sly Stallone. E Sly era inconcludente, e perciò gli dissi “Non fare nulla, non fare assolutamente nulla”…”Davvero?” disse lui… “Sì, nulla…”… “OK”…e poi dopo una attimo gli dissi “Interpreta la scena come se avessi 17 anni”…e lui “Woooooo”….aveva l’esperienza , la capacità di apportare i cambiamenti necessari. Questi sono esempi all’opposto. Se hai qualcuno che capisce le tue parole, tu puoi parlare e dire “Guarda che ti stai muovendo troppo” oppure “Non sei credibile”, o qualunque altra cosa. Così la situazione si trasforma, evolve. C’è sempre da imparare. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentito orgoglioso di me stesso. Ma dopo aver ottenuto una buona performance da un attore ecco che poi andavo in sala di montaggio, guardavo il montatore e dicevo “Checosa sta facendo quello?…”, e la colpa era mia che l’avevo spinto a fare qualcosa che non sembrava reale, sincero… - E questo è il punto a cui stavo per arrivare…il seguito… Quando lei sta lavorando sul set, riesce generalmente a rendersi conto se sta raggiungendo ciò che voleva e solo in seguito dire “Vediamo com’è venuto?”… PAUL : Bene. Molte volte vedi subito il risultato, ma per molte altre ti stai facendo delle illusioni. Una gran novità introdotta negli ultimi 10-15 anni è quella del Video Assist [monitor collegato alla cinepresa che permette al regista di vedere quello che si sta girando]. Così ora ci sono registi che stanno tutto il tempo sul set, e io pure lo faccio, e questo davvero non è l’ideale. Se stai girando una scena carica di sentimento, o di qualcosa di veramente intenso e complesso, o se ci sono molte cose mentali od emozionali, in realtà amo sedermi sotto o dietro la cinepresa e osservare gli occhi dell’attore. Ma la maggior parte delle volte il regista usa il Video Assist e guarda il monitor ma non vede quasi nulla, perché la testa e gli occhi risultano troppo piccoli. Altre volte, una cosa che puoi fare è chiudere gli occhi e ascoltare. Puoi sentire la “verità” di una performance attraverso la voce dell’attore. E’ importante ascoltare, perché molto spesso devi stare attento a non imporre quella che è la tua personale immagine di come la performance dovrebbe essere, specialmente quando tu stesso sei un attore o lo sei stato. Sì….. - Come è possibile cercare di equilibrare il tempo con la famiglia e gli amici? PAUL : Bene, tutto dipende da quanto uno è occupato. Dirigere è un lavoro logorante. Ti devi preparare, letteralmente. E’ come se dovessi scalare una montagna, sia fisicamente, che emozionalmente, e mentalmente, perché quando cominci a girare lo farai per 16 ore al giorno, ogni giorno, dormendo forse 4 o 5 ore, e poi il mattino dopo devi alzarti e ricominciare tutto di nuovo. E generalmente si cerca di girare quando il tempo è inclemente, con il freddo, o se è molto caldo, col vento o la neve, perché queste condizioni hanno la capacità di trasformare la luce al massimo e creare degli effetti tali da ottenere il meglio dalle scene drammatiche. Girare in esterno a Los Angeles a metà giornata di certo non soddisfa le aspettative. Perciò davvero bisogna essere preparati. E’ tutto un logorio. E’ un lavoro pesante, e in effetti si vedono tante relazioni sfasciarsi perché non si riesce a dedicare abbastanza tempo alla famiglia. Lei…- Qual è oggigiorno il suo attore o attrice preferito/a? PAUL : Oggigiorno? Mah, è difficile nominarne uno in particolare. Ci sono persone diverse che fanno cose diverse. Penso che Jonny Dep sia davvero uno stupendo attore. E’ straordinario. Trovo che Benicio Del Toro sia molto interessante. Uno buono è Sean Penn quando non è nella fase “sto soffrendo”…. Sto pensando a qualcuno…come si chiama…Joan Allen, quella che fece “Upside of Anger”…magnifica… E quello che è adesso in “Fever Pitch”, mi sto dimenticando il nome….Fallon…Jimmy Fallon…eccezionale! - C’è stato qualche attore che ha ammirato particolarmente? PAUL : Sì, c’era qualcuno che avrei voluto essere, e poi c’era della gente che ritenevo…sapete…c’era Lawrence Olivier, ma in questo caso era di più il fatto che lui era considerato un grande attore, mentre in realtà era un grande tecnico. Non fu un grande attore, era un attore da soap che divenne un ottimo tecnico. Lo stesso a mio avviso lo sono Bobby De Niro e Meryl Streep. Sono davvero pieni di talento, ma si sono evoluti al punto in cui li si può lasciare in una stanza completamente soli e si ottiene la stessa identica performance. Sono in grado di fornire autonomamente a loro stessi lo stimolo e la risposta. Ecco che cosa intendo con “tecnico”, “meccanico”. Una cosa che considero molto coraggiosa per un attore è quella di essere in grado di lasciarsi andare di fronte all’obiettivo insieme con l’altro attore, perché questo genera un momento di assenza di pensiero….E’ quello che succede molte volte mentre sto dirigendo…lascio che la cinepresa riprenda e una volta nella sala di montaggio ecco che riesco a ritagliare quel piccolo pezzo di emozione, e quando il pubblico vede dice “Cos’è questo, davvero bello!”, e non si rende conto della cosa, ma come attore tu vuoi arrivare a quel punto che io chiamo “appeso al gancio”, quel punto dove tu hai ache fare con un problema e non sai come uscirne, e quello sforzo per venirne fuori è quello che poi in effetti l’obiettivo “raccoglie”. E’ come quando la gente chiedeva a Marlon Brando, quando girò “On the Waterfront”…avete mai visto quel film? Voi dovreste…è un gran film! Lui interpreta la parte di un pugile piuttosto disorganizzato nella vita, incapace di arrivare ad un incontro per il titolo, che si ritrova in lotta con una banda del porto. Lo vediamo risalire su una passerella…e poi tutti che gli chiedevano “Dio mio, su che cosa hai lavorato per arrivare a questo? E’ stato fantastico! Come hai fatto a recitare quella scena?”…E lui rispondeva “Ho lavorato sul fatto che il trucco mi faceva sentire talmente a disagio….” (risate) Perché lui era cosciente del momento che stava vivendo e stava affrontando quella realtà. Ci sono molti ottimi attori cinematografici, ed è esasperante per loro essere ospiti in una serie televisiva. Uno è pronto a girare la scena, parla, continua a parlare, come uno scemo…e “Come va?” (rivolto ad un membro del pubblico)… “Mi piacciono le tue unghie dei piedi…è OK”…..e all’improvviso la cinepresa comincia a riprendere….lui parte…e bammmm!….ecco fatto. Nel frattempo l’attore che invece sta studiando, prova per una volta, due, tre volte… “Ok, devo prepararmi. Sono rilassato. Ok, ok, datemi un po’ di tempo”. Sapete…tutte quelle sensazioni mentre si recita…il prepararsi, il sentirsi pronti, ecc. E il vero professionista….come disse il grande attore Spencer Tracy “Dì le tue battute e non sbattere contro i mobili”. E quello che intendeva dire era…sii qui, presente…come attore quello che devi fare è passare attraverso questo momento, è un’esperienza estremamente sensuale, che può durare dai due ai tre mesi se si tratta di un film, o una settimana se si tratta di un episodio….Tu ti muovi all’interno di quell’esperienza prestando attenzione a quello che senti, a come ti senti…in ogni momento… “Non mi sento di lavorare oggi”, “I miei capelli sono terribili”, “Ho il ciclo oggi”, ho questo, ho quello. Voglio dire…qualunque cosa stia succedendo, e un sacco di volte dico ad un attore mentre la cinepresa sta riprendendo “Lasciate che vada. Come ti senti in questo momento?”… “Beh, non so, mi sento bene”…. “Bene ok, ti senti bene”…o al contrario potrebbe dire “Non riesco a fare questa cosa”… “Ok va bene, ma rimani con questa sensazione. Non ha importanza, ma rimani in questo stato d’animo… Ok gira la scena” Perché la realtà di ciò che è presente, e questo riporta indietro a quanto stavo dicendo in precedenza…quando tu sei presente, quando tutto ciò che avviene davanti all’obiettivo ti appartiene, è proprio allora che la cinepresa ti ama. Quando stai dicendo la verità. Potresti anche non sentirti bene. Se io avessi un nickel per ogni interpretazione che ho fatto a teatro, quando poi la gente veniva dietro le quinte e io dicevo “Oh, sono andato proprio male, la peggior performance al mondo. Dio, che schifo! Non posso farlo…perché mi sono messo in testa che potevo farlo?” …E la gente invece diceva “Dio, è stato grande, la cosa più bella tra quelle che ti ho visto fare!” Perché tutto quello che stavo facendo lungo l’intero show era sforzarmi per portarlo avanti. Il pubblico non sapeva questo, tutto quello che vedevano era questo ragazzo che soffriva e dicevano “Wowwww” (risate)….Questa lezione è importante, davvero importante. (Un membro dello staff della Sierra) - Bene, dobbiamo fermarci qui con le domande, non c’è più tempo… PAUL : Sì… (Un membro dello staff della Sierra) - Spero che siate rimasti tutti contenti. Grazie, Paul! (Tutto il pubblico applaude) PAUL : Grazie!!
|
|
|
|||||
![]() |
Please use the SITEMAP for complete navigation of this site! |
||||
All contents copyright of PaulMichaelGlaser.org Speeches are the personal property of Paul Michael Glaser, and paulmichalglaser.org They are NOT to be copied and posted on other sites or used in any other fashion. Transcripts by Pam. Linguist team: Raffaella, Hilly, Marion |
|||||