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The Official Website of Paul Michael Glaser
"Our ability to love is our truest power, our greatest power as human beings." PMG |
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Update: November 23, 2006 |
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SULLA CELEBRITA’ E L’ATTIVISMO SOCIALE
Sessione serale
Penso che prima di parlare delle persone famose o della fama in se stessa o di che cosa una celebrità possa o meno apportare… credo sia davvero importante capire il motivo per cui abbiamo delle celebrità, la ragione per cui le creiamo. So di averne già parlato questo pomeriggio, ma pur correndo il rischio di apparire come un professore noioso che dice “Bene, se non l’avete capito allora, lo capirete adesso!” (risate) …ahm (tossisce) …scusate…il mio detto preferito per definire il modo in cui concepisco la celebrità e come essa mi spaventò quando entrò nella mia vita è che “La gente crea i propri Dei per poi mangiarli”…. “La gente crea i propri Dei al fine di mangiarli”…Questo si può riferire a qualcosa di inoffensivo come questi autografi che uno chiede, le fotografie che scatta…proprio in questo momento io stesso sono una celebrità…Può invece trattarsi di qualcosa di più significativo, come voler togliere di dosso la camicia ad un attore sorprendendolo alle spalle, o cercare di varcare i limiti della sua proprietà invadendo la sua privacy. Può essere una lettera che richiede una risposta…o anche l’ostia della comunione del corpo di Cristo…perché anche in quel caso si sta chiedendo un pezzo di quel Dio. Noi creiamo degli Dei, degli eroi, e qui il sinonimo è molto interessante…e questi ci insegnano qualcosa…cos’è che ci insegnano? Che è possibile superare la nostra paura della morte, la nostra paura di non avere alcuna influenza sulla nostra mortalità. L’esempio che ho usato questo pomeriggio è stato quello del giocatore di baseball. Siamo alle World Series, all’ultimo inning, 2 outs, 3 e 2 il punteggio, le basi piene, distanziati di 3 runs. Ecco il battitore… sarà abbastanza in sé per stare là con tutta la sua paura di mancare la palla, sarà in grado di rimanere presente, mantenere lo sguardo concentrato sulla palla e colpirla fuori dal campo? Se ci riesce diventa un esempio della nostra capacità di stare presenti e connessi davanti alla nostra paura. Questa è una cosa importantissima da capire. Perché facendo questo quella persona concretizza il nostro bisogno di credere che siamo in grado di fare la differenza, restando là, proprio là di fronte alle nostre paure di non avere nessun potere, nessun controllo, di non riuscire a fare questa differenza…di fronte alla nostra paura di fallire. Si possono pensare tante cose, ma davvero alla fine tutto si riduce al problema della paura della morte, della mortalità, e ve lo spiego subito. La capacità di quella persona di fare quella cosa la innalza ad un livello tale da diventare un esempio per noi…SALUTE! (rivolto ad un membro del pubblico) …si trasforma in un’icona degna della nostra venerazione. Noi ricorriamo a fotografie e parti di quella persona perché esse diventano un richiamo per la nostra mente che quella cosa è effettivamente possibile… Abbiamo creato un’intera religione riguardo a questo. Tutte le nostre religioni sono costruite intorno a questo. Penso che sia molto importante comprendere tale concetto in modo da poter capire il nostro bisogno di celebrità. Ognuno di noi lo avverte, non solo quello della nostra personale celebrità, ma anche quello di una celebrità a cui fare riferimento. A tavola stavamo parlando…e voi accennaste a quella storia di Paul Newman, qualcuno invece menzionò…Dan penso…menzionò una storia su qualcun altro. Ricordo che una volta mi trovavo ad una festa di compleanno di Buddy Hackett al Jonathan Club, ed io stavo lì in piedi al buffet vicino ad una scultura di ghiaccio…e all’improvviso sentii questa voce dietro di me, proprio alle mie spalle, e riconobbi quella voce…mi girai e c’era proprio Cary Grant, e io non riuscii a dire nulla. Non potei aprire bocca, ero muto. A dimostrazione che tutti abbiamo questo bisogno. Ora farò una piccola digressione per cercare di focalizzare da dove questo bisogno proviene, per quello che io posso capire, e per quella che è la mia idea. Qualunque sia il momento in cui consideriamo la vita come tale, all’incontro tra cellula uovo e spermatozoo, o invece alla nascita, qualunque sia il credo, c’è comunque un momento nel tempo in cui biologicamente si comincia ad esistere, e da quel momento in poi noi a livello animale, a livello di cognizione cellulare, sappiamo che le lancette dell’orologio sono partite. A livello animale sappiamo che moriremo. E quando nasciamo il nostro cervello comincia a funzionare e a dire “Wooo”, c’è un mondo qui fuori…che cosa voglio? Sono nel mezzo di tutto questo, ho fame, sono questo, sono quello. Il sapere di non aver controllo su questo evento della morte diventa un anatema per la nostra mente ed essa inizia a creare tutte le illusioni di cui è capace di avere potere, controllo o capacità di fare la differenza. Io sono questo, credo in questo, capisco questo, costruisco questo, possiedo queste cose, questo è il mio colore preferito, sono bello, sono brutto, sono alto, sono basso, sono forte, sono debole…la mente costruisce una serie di macchinazioni per creare l’illusione di avere qualche potere, ma la piccola sporca verità è che in quest’arena, in questo ambito della mortalità, essa non ne ha nessuno, zero. E noi reagiamo a questo in modi diversi. Ci arrabbiamo, cadiamo in depressione, che non è altro che collera rivolta verso noi stessi, diventiamo tristi, chiusi, combattiamo quelli che noi identifichiamo come i nostri peccati. Facciamo qualunque cosa pur di fuggire da quel sentimento di paura di non avere alcun potere, alcun controllo. Ebbene, i Maestri, Cristo, Buddha, tutti i grandi Maestri e insegnanti nel corso del tempo, impararono qualcosa di davvero prezioso, e lo studiarono, e ne parlarono, e ciò viene studiato ancora oggi, e quello che mi affascina è come esso si traduce. Se dovessi chiedere a voi, oppure a me stesso in qualunque momento se ho paura, di certo direi “Sì, ho paura”, e userei proprio le parole “Ho paura”. E’ quello ciò che io sono? Sono impaurito? No, in realtà quello che voglio dire è che una parte di me ha paura. Ora, se sto dicendo che una parte di me è impaurita, e io la posso identificare e riesco a farlo in ogni momento, forse sarà nel mio collo, nello stomaco, nel petto, forse è un mal di testa…ciò significa che esiste anche una parte di me che non ha paura. Concetto davvero interessante! Potrei dire che l’apice della mia testa non ha paura, così il mio lobo dell’orecchio, il mio dito destro… Bene, quale parte di me riesce a fare tutte queste osservazioni, da dove io sono in grado di stabilire quale parte di me ha paura e quale non ne ha? Di dire quella parte di me è felice e questa non lo è? Quella parte di me o di voi che può fare questa osservazione è la stessa parte che proprio adesso ora in questa sala può proiettarvi là sul soffitto… e da là farvi vedere voi stessi …seduti ai vostri posti… proprio adesso mentre mi state ascoltando… Qualche volta si può anche arrivare al punto di dire che quella è la stessa parte che può osservare noi stessi mentre stiamo pensando. Oh, sto pensando a quello che dirò successivamente. “Oh, ho la gola irritata”, sento la gola irritata. Qual è questo posto della consapevolezza da cui stiamo osservando tutto questo? Questo posto che vede, che sa?? Noi lo chiamiamo coscienza, la nostra consapevolezza. E quando entriamo in contatto con questo posto di consapevolezza della coscienza, noi abbiamo una scelta…e la scelta è…continuare a sentirci sconfitti e spaventati per essere così inermi o invece dire “wow”, è davvero difficile essere un essere umano e risolvere questo problema della mortalità… tra il non avere alcun potere sul fatto di essere spaventati e non voler riconoscere o affrontare la nostra paura.….ho mangiato troppo cibo cinese!…e la capacità di scegliere di provare compassione per se stessi nella nostra condizione di esseri umani. La capacità di perdonare se stessi per il fatto di essere indifesi, e di perdonare gli altri e di avere compassione per gli altri derivano dalla nostra capacità di riconoscere da quel posto di consapevolezza la nostra difficile situazione e che una parte di noi ha paura…e quello che i Maestri capirono fu che…la questione non è tanto quella di evitare la nostra paura, quanto quella di essere in grado di riconoscerla perché questo ci fa scoprire il nostro cuore. Noi abbiamo bisogno di sperimentare la nostra paura per entrare in contatto con quel posto di consapevolezza, e questo al fine di trovare il nostro amore…paura e amore, essi esistono insieme, ying e yang. Bene, perché sto facendo questa digressione e mi soffermo su tutto questo? Quello che noi ci aspettiamo dalle nostre celebrità dovrebbe essere né più né meno quello che ci aspettiamo da noi stessi, perché ognuno di noi dal momento in cui viene alla luce è al centro del suo proprio universo, è una celebrità. Quindi che cosa possiamo dire riguardo a questa linea di demarcazione tra quelli che raggiungono un qualche livello di visibilità, di riconoscimento o celebrità e quelli che invece si sentono condannati ad una vita di “anonimia”? e …voglio ben sperare… dico ovviamente questo con una certa “leggerezza”!! Bene, possiamo dire che le persone creano i propri Dei al fine di mangiarli! Io pure ho i miei…Jimmy Stuart…ah no Jimmy Stuart, Cary Grant….avrei fatto lo stesso con Jimmy Stuart…. Perciò considerando questo…che cosa dovremmo attenderci di più o di meno dalle nostre celebrità di quello che dovremmo aspettarci da noi stessi? Non sono esse l’incarnazione di quello che noi vorremmo essere, che ci piacerebbe essere, che noi pensiamo che potremmo essere, sia perché ci assomigliano sia perché colpiscono una palla da baseball nel modo in cui a noi piacerebbe colpirla oppure perché cantano una canzone nello stesso modo in cui a noi piacerebbe cantare una canzone? Perché le loro umanità si muovono su un piano umano, attraverso qualunque mezzo con il quale essi stanno raggiungendo la celebrità. Detto questo, alla fine della giornata una persona famosa non è diversa da voi o da me….scusatemi…da voi!….scherzo, scherzo!! (risate) …Davvero, pensateci, pensateci! Ci sono delle celebrità che rimangono più a contatto con la loro umanità, alcuni di più con il loro narcisismo, altri con il loro senso del potere, altri ancora sono così vuoti al punto di non essere in contatto con nulla, e sono un riflesso della nostra stessa immagine. Perciò quando una persona famosa agisce consciamente a livello sociale…perfetto, è stupendo. Quando agisce in maniera socialmente irresponsabile, vedete ciò in voi stessi, perdonate quella celebrità così come perdonereste…almeno spero!… voi stessi. Il modo in cui noi ci mettiamo in relazione con la nostra celebrità, con il concetto di celebrità, con l’atto di adorare un altro essere umano, il modo con cui relazioniamo con tutto ciò è lì per insegnarci di più che non un autografo o una fotografia. Quelli che vengono scelti dal destino, dalle stelle, per arrivare ad avere 4000 luci puntate e tutti che li guardano, quelli che sono scelti per diventare delle celebrità…credetemi, non sono diversi da una vergine che sta per essere ingoiata dal vulcano…scherzo!…vero! (risate) …. Noi vogliamo che loro siano i nostri Dei, e tutto quello che abbiamo bisogno di fare è lasciare che il loro “essere”, la loro celebrità ci riveli gli Dei o Dio dentro noi stessi. Perciò abbiamo delle celebrità che agiscono consciamente, vanno nel mondo, dichiarano il loro modo di pensare e mettono a disposizione il loro denaro per ciò in cui credono. E questa è la loro strada, quello che sono. Essi ci insegnano tanto quanto quelle celebrità che se ne rimangono tra le pareti di casa. E’ troppo facile per noi giudicare questi ultimi, tuttavia il loro insegnamento non è minore, poiché c’è una parte in tutti noi che vorrebbe proprio starsene a casa, così come c’è un altro lato di noi stessi a cui piacerebbe essere in grado di uscire e far sì che tutto funzioni meglio in questo mondo. Questa è la mia digressione sulla celebrità, la mia opinione su di essa, il tipo di relazione che sento e la mia esperienza di essa. C’è qualcosa che qualcuno vuole chiedere o di cui vuole parlare o discutere? Lei….
PAUL : Penso che sostenere questo sia una generalizzazione, se mi permette di dirlo. Penso che sia troppo facile per tutti noi giudicare, e credo che uno che ha ereditato una certa ricchezza possa attivarsi per fare la differenza e raggiungere certi risultati. Non sono là in quelle stanze, non sono una mosca sul muro, perciò non vedo se quello sta o meno accadendo o se si sta cercando di trovare un rifugio fiscale o una forma di evasione…non so. Nel caso della Pediatric Aids Foundation, ci fu una madre che perse una figlia e che si sentì in pericolo di perdere anche il figlio…e disse a se stessa “Perché non provare a fare qualcosa in più per la medicina pediatrica e per i bambini?”…e così diede vita alla Fondazione, perché a dispetto del suo senso di impotenza lei sentiva che poteva fare qualcosa. E fece una grande cosa, non fraintendetemi, lei fece una gran cosa…e fu anche deificata per questo, trasformata in una santa…il che è un fatto interessante da tenere in considerazione. Lei era solo una persona, un essere umano che combattè la stessa battaglia che tutti combattiamo, che fece quello che doveva fare a tempo debito, in un dato modo, facendo il meglio che poteva. Prendete ora qualcuno, tipo Bill Gates…io non l’ho mai incontrato personalmente, ma so che offrì 15 milioni di dollari alla nostra Fondazione per sostenere un programma che noi iniziammo chiamato “Call to Action” [Chiamata all’azione] , che aveva lo scopo di diffondere farmaci e programmi educativi nei Paesi più disagiati, nei Paesi del terzo mondo, per aiutare ad interrompere il ciclo di trasmissione del virus dalla madre al figlio. C’è qui un uomo con molti soldi che si guarda in giro e dice “Bisogna fare qualcosa con questo denaro”…Sono tutte persone, gente come voi e me, e io non so…non è opportuno giudicare …e io pure lo faccio…quegli Yankees… odio quegli Yankees! Come posso dire questo, alcuni di loro sono persone molto care e simpatiche…anche se io sono di Boston!! (risate) …ma tutti noi lo facciamo…non è vero? in un certo qual modo tutti pratichiamo il nostro tipo di razzismo, mettiamo tutte le persone nello stesso mazzo. Non so….si sicuro grazie a Dio ci sono persone là fuori che compensano il fatto che c’è gente che non fa nulla…e dovrebbero essercene molte di più di quelle persone. C’è quello che c’è. Qualcun altro?
PAUL : No, non penso che si superi mai questa paura, e credo che non si voglia superarla… perché penso che non sia possibile. Ciò che si apprende, ciò che io imparo o che ho imparato a studiare per via della fortuna che ho avuto nel trovare qualche buon Maestro e uno in particolare…quello che ho imparato…è che la mia paura era mia amica. La paura mi ha offerto l’opportunità di fare scelte da quei posti della coscienza che mi hanno permesso di far crescere il mio cuore, sperimentando che la mia paura era tanto importante quanto l’inseguire con la fantasia un posto dove essere sempre felici…esso non esiste… (suona il suo cellulare) …vi dissi che se il mio cellulare suonava ve ne sareste accorti!…qualcuno vuole danzare?…Lo spengo… Ahm, è strano come funziona la vita….Quando ero al college scrivevo poesie…e fu allora che mia nipote, la figlia di mia sorella…no…fu dopo il college…mia nipote mi chiese di cancellare un annuncio pubblicitario sul suo annuario e io risposi che l’avrei fatto se lei metteva una delle mie poesie su di esso…e lei disse ok… Questo è giusto un commento…la poesia è interessante e ve la leggerò tra un secondo, ma è notevole per me guardare indietro e vedere che da lungo tempo nel corso del mio cammino ho avuto a che fare con la paura o con il fatto di affrontare la paura, e questo anche prima di diventare una celebrità, prima di incontrare mia moglie, e prima di passare attraverso tutta la vicenda dell’Aids. E’ interessante perché ognuno di noi dovrebbe essere in grado, senza giudizi se esso è buono, cattivo, giusto, sbagliato…dovremmo essere in grado di essere testimoni del nostro cammino personale con una certa curiosità e meraviglia. “Wow…vediamo le cose che devo imparare ora …vediamo in cosa consistono. Insisterò finchè troverò qualcosa che mi soddisfi…” L’Universo non ci dona quello che vogliamo ma quello di cui abbiamo bisogno, e forse la paura fu la cosa più importante nel suo mostrarsi fino in fondo. E questa è la poesia che scrissi: La paura è una cosa sorprendente Ti avvolge con il suo braccio Soffoca il tuo respiro Tiene il tuo cuore nel palmo della sua mano Scuote a morte la tua vita… Ecco a voi! (risate) Qualcun altro? Sì…. - Lei pensa che ci sia un’insana relazione tra celebrità e filantropia? Voglio dire…penso alla moglie di Charles Bronson, che aveva un cancro al seno e ne divenne una sorta di emblema , e vennero donati molti soldi per questo tumore, e poi quando venne alla luce per esempio il caso di Lance Armstrong con il suo cancro ai testicoli, ecco che meno denaro venne devoluto per il cancro al seno e molto di più per questo tipo di tumore… PAUL : Bene…e come definirebbe la parola “insana”?
all’inizio… PAUL : E tutto questo è sbagliato?
PAUL : Lo sto chiedendo a lei…è sbagliato?
legata al momento, un impulso temporaneo… PAUL : Tuttavia questo generò una certa attenzione su quel problema e permise di raccogliere denaro per la ricerca, e questo incoraggiò la causa stessa…
PAUL : Penso che il valore della sua domanda stia nell’atto del giudizio a cui tutti soccombiamo…se si fosse trattato della moglie del Presidente, ci sarebbe stata qualche differenza? Dipende da chi c’è alla Casa Bianca, democratici o repubblicani (risate) …ahm (ride) … si sa, la visibilità è offerta specialmente nella nostra società capitalista dove siamo condizionati e indotti a premiare il successo materiale, a cercarlo come fosse una panacea, un antidoto alla nostra paura di impotenza, il che non è alla fin fine, come testimoniato nella commedia di Har Kaufman “You can’t take it with you” [Non lo puoi portare con te] . Sì, noi siamo indotti, condizionati. Si tratta ancora una volta della nostra mente, proprio ciò di cui stavo parlando prima. Ricordate che cosa vi stavo dicendo riguardo ai Maestri che studiarono e insegnarono quella teoria?…cioè che la nostra mente cerca un qualche senso di controllo o di potere, crea dei sistemi di credo e giudizi morali, quantificazioni e qualificazioni. E’ insano che la mente si ponga delle domande? E’ brutto, è bello, è giusto, è sbagliato?… Nella tradizione Buddhista…vediamo se riesco ad esprimermi bene…ecco, si cerca di evitare sia l’avversione che l’attaccamento…Se facciamo bene attenzione…noi sappiamo come l’Universo si espande e si contrae, che noi inspiriamo ed espiriamo, è questo che accade…viviamo, moriamo, sono sempre questi i movimenti opposti che si verificano…e…ho perso il filo…ahm…deve essere stata quella cucina cinese! (risate) …Cosa stavo dicendo? Attaccamento, avversione, ci sono questi due movimenti nell’Universo. Bene, un altro movimento che si può descrivere è l’oscillazione di un pendolo. Ecco il pendolo che arriva tutto sulla paura e noi diciamo… “no, non è possibile, fuggo, me ne vado!” Che cosa posso fare, come posso dissimulare questo? Datemi qualcosa da mangiare, fatemi fumare…oh, io scappo, non voglio avere a che fare con tutto questo! Credo in questo, Dio mio! Facciamo tutto quello che riusciamo a pensare…poi il pendolo ritorna indietro e a metà strada c’è questo (Paul fa un respiro profondo) …la PACE…e poi di nuovo il pendolo riparte e giunge all’altra estremità…e….com’è tutto dolce, attraente…sì…mi piace, lui/lei è stupendo, mi piace tutto questo, sembra davvero bello…Oh, Dio mio, denaro, successo, sicurezza, benessere…ma non posso restare aggrappato a questo perché il pendolo sta di nuovo oscillando indietro…oltrepasserà quel momento dove tu dici “Oh, sono uno che ho tutto”…tornerà indietro, e tu continuerai a parlare di avversione e attaccamento o di attaccamento e avversione e di come tu in realtà senti il bisogno di evitare entrambi. Non evitarli, ma non sentirti “preso” da essi. Sii testimone di tutto ciò, sperimentalo…prova a dire “Oh, guarda qua…sono così attaccato a qualcosa in questo momento…” Non prenderti a calci tu stesso dicendo “Sono un idiota”, piuttosto potresti dire “Questa è una parte davvero interessante di questo mio speciale cammino in questo corpo, in questa vita, in questo tempo”. Ah, penso che sia davvero una buona cosa da coltivare. Pure io cerco sempre di farlo. Qualcuno mi rimprovera. Ooooo, posso diventare scortese e volgare. L’ho fatto stamattina. Ok, quindi… (risate) Sì….
PAUL : (risate) …Non so…si sta riferendo alla ricercatezza del linguaggio? (Paul ride di cuore) . Non so, non so…che età avevo? Che età ho? Non so. Penso che …a livello emozionale, probabilmente, ora mi sento più o meno un quarantenne… Qualcun altro? Sì…lei…
Come la applica alla sua attività umanitaria e come essa contribuisce a formare le sue finalità in quell’ambito? PAUL : Bene, in buona parte è frutto di qualcos’altro…in altre parole, quello che mi spinse dopo la morte di mia moglie…ciò che mi spinse a diventare Presidente della Fondazione…pensavo fosse dovuto al fatto che volevo continuare la sua opera, e fare la differenza, e questo è vero fino ad un certo punto…tu anche ottieni una grande fama e molte simpatie… “Oh, hai superato tutto quello?”…. “Dio mio, sei meraviglioso! Come hai fatto?” Come ho fatto?…Non so, ho messo un piede davanti all’altro. Tuttavia, quello di cui ero consapevole era che stavo meditando profondamente nella mia vita…un anno prima della scomparsa di Elizabeth e durante quell’anno che lei morì, e gli anni seguenti…meditavo e studiavo su come evitare di diventare un uomo vecchio e pieno di amarezza e riuscire invece ad entrare maggiormente in contatto con la mia capacità di amare, perché questo era alla base della mia stessa sopravvivenza. Perciò quando andavo a parlare in favore della Fondazione mi soffermavo su quelle che erano le mie riflessioni e come ciò si mettesse in relazione con la comprensione di quello che il problema dell’Aids in tutte le sue componenti era lì ad insegnarci riguardo a noi stessi, al nostro pianeta, alla nostra sopravvivenza, ai nostri cammini individuali, partendo con l’esplorare il mio personale cammino. Ho sempre sostenuto quando ho recitato e diretto e lo sostengo ora anche quando scrivo, che è davvero molto importante per me stesso identificare il parallelo fra la cosa su cui sto lavorando e la mia vita proprio in quel momento…in tal modo so dare un significato al fatto di essere là. E quando cado in qualche difficoltà, so dove ritrovare me stesso . Posso dire “Oh, ok”, perché noi tutti vogliamo trovarci in quanti più problemi possibili quando ci sentiamo creativi, questo è il segreto, non è vero? Perderci, perché noi siamo persi e siamo in un continuo processo per cercare di ritrovarci, tra attaccamento e avversione. Perciò penso che la Fondazione mi fu utile tanto quanto io fui utile ad essa…ho imparato molto…e lasciai la carica avvertendo una gran quantità di sentimenti ambivalenti…Mi piaceva l’attività, godevo del fatto di essere in grado di condividere i miei pensieri con la gente e parlare e creare un indirizzo…ah ah…sapete, quella è la parola che voglio…l’indirizzo della Fondazione…e noi l’abbiamo accresciuta…e io volevo assicurarmi che la vera strada della Fondazione, la vera missione…sapete…ogni Fondazione ha una dichiarazione della sua missione…oh, Dio mio…la dichiarazione della missione! Ebbene, la vera missione della Fondazione era per me che essa fosse di esempio al mondo di quello che è possibile fare unendo le forze. Perciò questo rappresentava e continua a rappresentare per me il valore della Fondazione, e stavo cercando di impararlo e approfondirlo e ancora sto facendo questo. Ma ero arrivato ad un punto in cui avendo una nuova moglie e una figlia, decisi che era difficile per loro ritornare sempre a quella realtà. Ho fatto quello che dovevo fare per la Fondazione, e davvero desideravo ritornare a raccontare storie, perché questa è una delle vie in cui riesco a condividere me stesso e le mie riflessioni, e quello che imparo… ecco perché ho fatto questa scelta. Sì….
Esprimere la sua idea riguardo agli artisti e la capacità che essi hanno di pensare in modo creativo e di immaginare quei possibili mondi e di renderli visibili a tutti noi. C’è qualcosa nel potere che hanno gli attori, i registi e gli scrittori nel loro specifico settore che porta a queste particolari abilità? (impossibile sentire il resto) PAUL : Ebbene…tutto a che fare con il fatto di raccontare storie…io spesso immagino quelle prime antiche rotte commerciali…quando quella prima carovana di cammelli si imbatte’ in un’altra carovana…si osservarono reciprocamente, si annusarono l’un l’altro (Paul mima l’atto) , pieni di sospetto…ma poi superarono l’iniziale paura l’uno dell’altro, non si fecero del male, non si mangiarono né si distrussero…e cominciarono a parlare e a raccontarsi delle storie … “Tu dovresti sentir parlare mia moglie, mi fa impazzire!”…oppure “Ho un bambino che fa sempre così…” o “Quel tizio era all’abbeveratoio”…così facendo cominciano a raccontare e questo è il loro modo di far conoscere la loro società attraverso una tradizione orale, che divenne il modo per trasmettere i loro insegnamenti ad ogni generazione. Poi c’erano coloro dotati di un certo talento…per esempio quello in una grotta che incideva un bisonte … e lei, o lui, avevano il dono di riuscire a “catturare” quell’animale sulla parete di una caverna…E questo parlava alla gente, raccontava una storia. Queste persone che avevano queste capacità di raccontare, di immaginare o di dipingere, ottennero questo dono con una bacchetta magica? Non credo proprio. Penso che ci arrivarono in seguito ad un livello di sensibilizzazione assorbito durante la loro evoluzione, sia per il modo in cui venivano esposti alle cose o per il modo in cui queste venivano a loro insegnate, oppure perché il loro bisogno era quello di vedere le cose nello stesso modo in cui io ho avuto bisogno di vederle, cioè di vedere la luce e non l’oggetto. Questo pomeriggio vi stavo raccontando di quando insegnai ad una classe per un master in regia, e dissi "Chi è qua dentro che si sente obbligato e in caso contrario assolutamente ne morirebbe se non potesse dirigere?". Una sola persona alzò la mano. Gli altri pensavano che fosse una buona idea, volevano scoprire di cosa si trattava, ci sarebbero state un paio di attestazioni finali, non c’era molto da lavorare a casa…solo una persona sentì quell’impulso profondo. E io do lo stesso consiglio agli attori…se proprio lo sentite più forte di voi, andate a New York, trovatevi un lavoro, vedere se potete sopravvivere per le strade di New York mentre bussate alle porte, mentre fate qualche audizione cercando di ottenere una buona occasione…se fate questo vuol dire che il vostro bisogno è irresistibile. Allora voi state creando e sperimentando un atto creativo del vostro bisogno, della vostra sensibilizzazione ad esprimere voi stessi in un certo modo. Così pure un artista che ha un dono perché vede delle cose in un modo particolare. Forse il mio dono come narratore e attore derivò dal mio particolare cammino insieme a mia madre e mio padre. Mio padre era un maniaco del lavoro e mia madre…lei aveva tutta una serie di suoi problemi… Ma lei indusse sia me che mia sorella a recitare, e noi lo facemmo e andammo avanti così. Divenne un linguaggio con il quale riuscivo ad esprimermi. E il mio bisogno, il mio vivo desiderio di comunicare mi rese sensibile al modo in cui la gente parlava, agiva e si esprimeva con lo sguardo. Divenni percettivo, non perché fossi un qualche tipo di genio, ma perché quelli erano i miei bisogni dal punto di vista psicologico, fisico ed emozionale di fronte a qualunque desiderio io avessi come ragazzino… Perciò un artista ha bisogno di vedere qualcosa in quel modo, e noi ne abbiamo pure bisogno, perché noi tutti abbiamo il nostro personale desiderio, sentiamo la necessità di sentirlo risalire dal profondo di noi stessi, dall’esterno di noi stessi e poi di nuovo indietro a noi stessi. Abbiamo bisogno di quello specchio che disegnatori, musicisti e attori ci forniscono per riaffermare e rassicurarci riguardo alla nostra appartenenza alla società e allo stesso modo che hanno gli altri di sperimentare la paura, il dolore, la gioia…. Perciò essi ci forniscono uno straordinario insieme di linguaggi con i quali possiamo esprimere i nostri bisogni e ottenere così l’attenzione per la ricerca sul cancro al seno, o per la ricerca pediatrica sull’Aids. C’è sempre una storia in più che può essere raccontata, e tutte sono importanti, storie di matrimoni, di nascite, di rapine, di seduzione, di carità… Sono da solo in quest’aula?? (risate) C’è una frase tra le mie preferite di Leonard Conant…alle 4 del mattino sta camminando per la strada …e alza lo sguardo là dove sono gli appartamenti delle gangs di New York…e dice “Lo capite, lo sapete chi c’è qua sotto??” (Paul ride) Ah…sì…
vada il 100% alla malattia…ma poi il 5% va all’Aids pediatrico, il 40% forse al cancro cervicale, ma poi solo il 2% viene speso per il cancro cervicale…Se si pensa all’equità, a chi è colpito dalla malattia…come viene distribuito l’ammontare del denaro da spendere?…. PAUL : ….Ecco quello che penso… Credo che ci siano delle cose basilari necessarie per capire o discutere il problema in questione…non sto dicendo con questo che io lo capisco… Una di queste cose è la curiosità senza alcun giudizio su ciò che è positivo, negativo, giusto o sbagliato, solo una salutare dose di curiosità, in modo che si possa fare un passo indietro e vedere il problema da un’angolazione più vasta che permetta di osservare l’intera fotografia del continuo muoversi avanti e indietro della società, e delle cose che sono politicizzate e di quelle che sono ritenute di un certo interesse e che poi lo perdono, e poi guardare all’intero organismo sociale che espande e poi lascia collassare ogni cosa, e che un momento dice “C’è bisogno della ricerca sul cancro al seno, c’è bisogno di quella sul cancro cervicale, e ora di quella sulla distrofia muscolare”. Sono tutte espressioni di un’avidità della società, e penso che quello che è importante riguardo a questo esercizio di avere una certa curiosità priva di giudizi sia il fatto che ciò permette ad una persona di rimuovere la risposta emozionale nello stabilire se qualcosa è buono o cattivo, consentendo di vedere la cosa per come realmente è e nel contempo di intravedere una via per connettersi ad essa. Se significa molto, se il proprio personale cammino nella vita è andare a Washington e salire quelle scale e sollevare un caso a favore del cancro cervicale e si riesce a dissociare se stessi da un giudizio sulla reale importanza della cosa, e ci si ritrova sulla base di battuta…tre e due il punteggio…basi piene…e si è abbastanza presenti per dire “Signori, ecco la ragione per cui il cancro cervicale è stato finora lasciato indietro e perché questo non è più possibile…” ecco che la gente ascolterà. Credo che si spenda fin troppo tempo a giudicare e troppo poco tempo nel capire quello che tutti stiamo cercando di fare, e nel non giudicare questo quanto piuttosto nel capirlo. Questo suona come una speranza illusoria, e proprio in questo momento è come se sentissi la gente parlare dicendo: “Bene, è tutto bello e buono, Paul, è qualcosa di molto idealistico da parte tua…”. Invece è molto realistico, ed ecco perché ho fatto di nuovo un’analogia col baseball…perché quando rimaniamo invischiati nel giudizio di quello che è giusto o sbagliato, diventiamo molto investiti dalla sua apparenza. Ci sentiamo feriti, impauriti, arrabbiati, proviamo tutti queste cose, e tutta quell’energia convergerà nel combattere o nel perorare una causa, e perciò poi quando cerchiamo di portare avanti la nostra davanti agli altri e questi sono schierati dall’altra parte… “Tu hai torto”… “No, sei tu che hai torto”… “No, tu…”, così all’opposto dal dire “Questo è ciò che sento io, cosa senti tu?…Questo è quello che capisco, tu cosa capisci?”…. Il giudizio ci conduce ad una sacco di posizioni contrarie, il che non penso sia produttivo…e credo che il nostro cammino, la soap opera su questo pianeta sia questa: ci svilupperemo al punto in cui saremo destinati al pari di spore ad abitare altrove, o la razza umana è destinata a finire proprio qui? Il nostro lato cosciente avrà la meglio, o la nostra parte animale ci porterà all’autodistruzione in un attacco di paura? E quelli tra noi che si fanno questa domanda sono coloro che si stanno sforzando per trovare quella consapevolezza e praticare, e diffondere, e condividere la consapevolezza, perché noi la concepiamo a livello intuitivo…noi capiamo che essa costituisce la nostra salvezza…che essa è la nostra risposta… Ho risposto alla domanda?? Vi ho dato del cibo per pensare… Bene!
Sì….
stessi. Che cosa ne pensa del caso in cui le celebrità non rispondono a queste stesse attese? Così come succede con tutte quei personaggi famosi che non soddisfano le aspettative…e per esempio…con i bambini, io posso solo immaginare che se fossi un genitore e avessi queste attese per me stesso come genitore e vedessi le celebrità a cui mio figlio è esposto attraverso i media o altri mezzi…se vedessi che essi non realizzassero queste attese…. PAUL : Sì….
PAUL : Lei è genitore?
PAUL : (risate) Wooo, oh bene, ragazzi! “Lei può immaginare”…Ammetto che lei possa immaginare, che io posso immaginare…e magari avessi avuto un nickel per ogni volta che io come padre, e questo vale anche per gli altri genitori, e non sono troppo avido nel dire questo…abbiamo detto “Dio, se solo l’avessi fatto, magari avessi potuto farlo, magari l’avessi fatto, non volevo farlo…” Conoscete la vecchia barzelletta riguardo alla vecchia coppia di genitori “Che cosa farete quando crescerete?… Aspetteremo la morte dei figli!” L’essere genitori è ricolmo di tutti questi momenti di delusione, queste frustrazioni sono molto reali! E quando si rimane insoddisfatti di una celebrità, si va a toccare qualcosa dentro di noi che desiderava profondamente e che è rimasto deluso, ecco quello che intendo dire. I personaggi famosi sono imperfetti, non sono perfetti, sono esseri umani proprio come voi ed io, siamo noi che li abbiamo elevati, oppure sono le circostanze ad averli esaltati, ma essi sbagliano come tutti noi…e quando ci deludono “Wow!” Non vogliamo guardare la stessa cosa dentro noi stessi, ma se lo facciamo siamo in grado di renderci conto che abbiamo una scelta per perdonare noi stessi, di avere compassione per noi stessi e per estensione per loro… Ho perso molte più opportunità con i miei figli di quante io possa immaginare. Tutti quanti deludiamo noi stessi , tutti noi perdiamo delle occasioni… Sì…
PAUL : ….Non sono mai stato più giovane!! (risate)
diceva il pubblico o invece le interessava quello che dicevano i critici o ciò che le raccontava il suo agente o…. PAUL : Quello che mi interessava era di non apparire idiota di fronte all’obiettivo o al pubblico!
PAUL : Penso che noi non ci siamo evoluti per quello che ci piacerebbe pensare di esserci evoluti, se guardiamo a tutta quella robaccia sofisticata che abbiamo creato nella nostra società dopo quei due tizi intorno al fuoco. Oh, non vi ho parlato di loro. Stavo raccontando a qualcuno degli uomini delle caverne. Noi non ci siamo poi evoluti più di tanto. Quindi perché gli attori di trent’anni fa (risate) dovrebbero essere diversi da quelli di oggi? Possiamo avere degli attori in un certo modo e altri in un altro modo. Non si può generalizzare…voglio dire…è possibile…siete i benvenuti!…Io non…io non… Sì….
PAUL : Ribadisco che è una cosa individuale…bisogna capire che il fatto di diventare una celebrità è un atto creativo in se stesso, giusto? Ecco perché per un pittore o uno scultore il meglio è diventare famosi dopo la morte, perché diventarlo in vita significa dover reinventare continuamente se stessi… Alcuni come Picasso e Gaughann ebbero una carriera piuttosto buona a causa di ciò. Come potrei spiegarmi?…quando diventi una celebrità, il 99% delle volte accade perché si tratta di qualcosa di cui eri parte. Io non volevo “Starsky e Hutch”! Lo lessi, andai, Spelling e Goldberg continuavano a chiedermi di fare una serie della durata di anni, e io continuavo a dire “No, no, no!”…Lessi il copione e mi dissi che era un pilot, due ore di film, che non sarebbe mai diventata una serie, e mi addormentai all’audizione, non poteva importarmene di meno…Ottenni la parte, e quando mi dissero che sarebbe diventata una serie io rimasi atterrito perché pensavo che fosse un tale….che stava sotto a ciò che le erano le mie fantasie su quello per cui avrei dovuto essere riconosciuto (risate). ..e… giusto? Perciò in quel momento quando arrivò la celebrità, rimasi coinvolto in questo atto creativo di essere una persona famosa, il che significava dover capire, decifrare questa nuova dimensione di me stesso, quella degli altri in rapporto a me stesso, interpretare le aspettative di altra gente, dei fotografi, di tutti quelli che volevano autografi, di tutto il pettegolezzo, dei reporters…e della troupe, poiché tutti volevano continuare a pagare le loro case su a Big Bear, perciò pensavano “Non combinare guai, lascia le cose come sono e guarda al futuro!” . Sia psicologicamente che emozionalmente e fisicamente, l’atto di essere una vergine sul bordo del vulcano, o di essere quel Dio che ora la gente vuole mangiare, diventa un atto creativo nel tentativo di trovare un equilibrio. Alcuni lo interpretano in un modo, altri diversamente, qualcuno implode, altri esplodono, qualcuno “restituisce”…ehi!…solo il fatto di stare di fronte ad una macchina da presa e raccontare una storia significa “dare”. Osservate qualcuno di questi buoni attori, quello che fanno e come vi fanno sentire quando andate a vedere un film…vi stanno dando molto. Alcuni di loro hanno una particolare inclinazione nel loro diventare celebri e visibili, quella di essere generosi nell’occuparsi di raccogliere fondi a favore di alcune cause… e altri invece non lo fanno…ma abbiamo già parlato riguardo a questo… Sì….
scrivendo? PAUL : Preferirei di no, perché…sapete…è una cosa che ancora si sta sviluppando. Circa 7 anni fa feci il mio ultimo film. Ne fui scrittore, co-scrittore, produttore e regista. Si trattava di “KAZAAM”, con Shaquille O’Neal, e rimasi molto deluso dell’intera esperienza negli studi. Non mi piaceva il modo in cui funzionavano, perciò ritirai un progetto che già avevo alla Columbia, ora Sony, e dissi che ne avrei fatto un adattamento per un piccolo film. Nella mia attività di regista facevo molte rielaborazioni sui testi, e mi resi conto che davvero non sapevo niente su quest’arte dello scrivere, quindi iniziai a farlo maggiormente…e poi quella volta che mi presentai nuovamente mi dissero “Quanti anni ha? Il suo ultimo film ha reso bene?”…e allora capii che era arrivato il momento di scrivere, che era una nuova parte del mio cammino, e se mai avessi recuperato la mia carriera cinematografica, sarebbe stato nel creare qualcosa. Perciò mi sto impegnando in questo da 5, 6 o 7 anni forse. E sto cercando di mettere insieme alcuni testi e anche un libro per bambini. Scriverò anche un romanzo, che è un adattamento di una sceneggiatura che io stesso scrissi…mia moglie mi disse di farne un romanzo perché schematicamente è quello che più rispecchia ciò che è stata la mia vita negli ultimi 15 anni. (Qui manca una parte della discussione nella quale Paul parla dei suoi libri) Ok…qualche altra domanda? Mi è piaciuto questo incontro, e spero sia stato lo stesso per voi!
Grazie!
(Tutti applaudono calorosamente)
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